Parabita

07.11 - 10.11.2019

AREA DI INDAGINE
Parabita LE (IT)

TUTORS
Alessandro Guida, Viviana Rubbo

ESPERTI
Gianfranco Cataldi -,agronomo, Eugenio Tarantino -architetto, Federica Caggiula - OA Provincia di Lecce, Luigi Pisanelli - scrittore

COORDINAMENTO, RICERCA E TESTI
Viviana Rubbo

PARTECIPANTI
Eliana Augusti, Andrea Bellone, Giorgio Biasco, Carlotta Musardo, Adriano Nicoletti, Luigi Quarta, Gianluca Rizzello, Luciana Zappatore

VIDEO
Aut Fotografia: Fabio Cataldo, Valentina Marrocco

Foto copertina: Adriano Nicoletti

Questo laboratorio di fotografia di paesaggio nasce nell’ambito della rassegna WeLand – PhotoFest, un festival organizzato dall’Associazione salentina Photosintesi, che in questa edizione ha proposto una riflessione profonda e coraggiosa sulla relazione che esiste oggi tra fenomeno antropico e ambiente.

“Il paesaggio siamo noi” è un invito a guardarci intorno cercando di comprendere come è mutato il mondo e come lo abitiamo. Il paesaggio è il frutto della stratificazione di storie, culture, memorie, segni e modi di operare e vivere il territorio attraverso il tempo. La fotografia documentaria è uno dei possibili strumenti per tornare a guardare i luoghi, sentirli propri e ricominciare a prendersene cura. 

Realizzato in collaborazione con il Comune di Parabita, e l'Associazione culturale La Scatina, ed il supporto tecnico di AUT Fotografia Salento, il laboratorio è stato concepito e organizzato da Urban Reports per sviluppare una nuova consapevolezza delle trasformazioni avvenute sul territorio parabitano, e soffermarsi ad osservare lo spazio e quegli elementi del contesto che ne descrivono la cifra e il carattere presente. Questa esperienza ha permesso di elaborare un progetto fotografico collettivo in cui ciascun fotografo si è messo in gioco portando la propria sensibilità e la propria visione dei luoghi, per poi condividerle con il gruppo di lavoro e restituirle in un racconto che è una sintesi visiva del contributo di tutti i partecipanti. 

Risultato di un processo conoscitivo di approfondimento dei fattori e delle dinamiche che hanno plasmato il territorio, questo lavoro ha prodotto una nuova narrativa per il paesaggio contemporaneo di Parabita.

The landscape photography workshop in Parabita was designed as part of the WeLand - PhotoFest, a festival organized by the Photosintesi Association, which in this very edition proposed a deep and valiant reflection on the relationship that exists today between anthropic phenomena and the environment. 

"We are the landscape" is both the title of the festival and an invitation to thoughtfully look around trying to understand how the world has changed and how we live in it. The landscape is the result of the stratification of stories, cultures, memories, signs and ways of living and experiencing the territory across the time. Documentary photography is one of the possible tools to go back to observe the places, feel them and start looking after them once again.

Designed in collaboration with the 
Municipality of Parabita and La Scatina cultural Association, and with the technical support of AUT Fotografia Salento, the laboratory was conceived and conducted by Urban Reports to develop a new awareness of the transformations that took place in the territory of Parabita and take the time to observe the space and those elements of the context that describe its main features. This experience has created the conditions for the participants to develop a collective photographic project in which each photographer came into play bringing his/her own perception and vision of the places. All these perspectives have been shared and elaborated within the working group to create a tale which is in fact a visual summary of the participants’ contributions.

As the outcome of a process of analysis of the factors and the dynamics that have shaped the territory  as we experience it today, this work has produced a new narrative for the contemporary landscape of Parabita.

Parabita

Parabita è chiantata su n’artura e janca se standicchia sulle vie da li monti sinche alla chianura tra fiche ficalindie e tra le ulie
— Rocco Cataldi

Il territorio di Parabita

Il territorio comunale di Parabita è un contesto particolarmente complesso sia per quel che riguarda l’evoluzione del tessuto edilizio, che per la morfologia del suolo. La forma della città è una trama urbana cresciuta adagiandosi sulla dorsale della collina, superando i dislivelli attraverso scale, piani inclinati, scavi e opere di contenimento, in un rapporto dialettico e funzionale con l’orografia. Un territorio carsico, che si sviluppa dalla quota più bassa di circa 60 m.s.l.m. lungo il versante occidentale della collina di Sant’Eleuterio, fino ai 198 m.s.l.m. punto più alto della provincia di Lecce.

La città attuale ritrova i primi segni delle sue origini nella Grotta delle Veneri, una cavità naturale del terreno situata nella parte alta del territorio comunale, in cui sono stati ritrovati reperti risalenti al Paleolitico Superiore (35.000-10.000 A.C.). Non lontano da qui, intorno all’anno 1000 A.C. (età del bronzo), (età del bronzo), nasce il primo vero insediamento denominato Baubota o Bavota, una città Messapica che subì la colonizzazione greca e che, tra alterne vicende, sopravvisse fino alle soglie del primo millennio D.C. quando fu distrutta dai Turchi. È solo allora che fu fondato il nuovo casale, il nucleo originario dell’attuale città di Parabita. Un piccolo centro incastonato a mezza costa e cinto da mura.

Attraverso i secoli, lo sviluppo di Parabita si è adeguato ai caratteri morfologici del territorio e alla pendenza del versante orografico.

È solo in anni più recenti, più o meno dalla metà del secolo scorso, che la crescita della città ha subito un’accelerazione senza precedenti: un’urbanizzazione che ha in qualche modo investito il territorio ignorandone i caratteri ambientali.

Quella campagna, che prima produceva vino, poi tabacco, patate, olio e, in anni più recenti, angurie, non esiste più. Gli antichi casolari e le masserie si perdono nella miriade di nuove costruzioni che hanno invaso una proprietà terriera ormai polverizzata. Nella parte alta del comune, esistono ancora, a lato del castello angioino, le grandi ville immerse nel verde costruite a cavallo tra 800 e 900, ma tutto intorno il paesaggio è cambiato.

I terreni verso Collepasso descrivono il fenomeno della più recente urbanizzazione. Sono le aree destinate al nuovo distretto industriale della città (zona P.I.P), ma anche le nuove lottizzazioni private nei terreni adiacenti agli immobili di edilizia residenziale pubblica (L.146) e le nuove forme di ‘abitare individuale’ o villette unifamiliari costruite nelle località La Comune – Terrisi e Rischiazzi. Terreni che fino a pochi anni fa erano principalmente agricoli e che oggi, sempre di più, assumono un carattere periurbano, benché questa parte del territorio accolga le maggiori infrastrutture per le telecomunicazioni e non sia direttamente connessa al centro della città.

Questo fenomeno ha prodotto un paesaggio scomposto e indefinito, che si sta addensando a macchie. Sono soprattutto i territori “ai margini” del comune, aree al di fuori del nucleo denso della città; sono spazi di transizione tra quest’ultima e quella che un tempo era la sua campagna, che man mano sta perdendo la sua funzione produttiva e sulla quale si continua a edificare, consumando suolo agricolo. Sono spazi che possiamo definire come ‘incompiuti”, sospesi nel tempo, immobili non solo dal punto di vista fisico e spaziale, ma anche nella capacità di immaginarsi diversi, altro da quello che sono nel tempo presente.

Questi sono i paesaggi sensibili, territori che sono in divenire, in uno stato di incompiutezza che ne mette in luce criticità e debolezze ma anche potenzialità e valori da riscoprire.

I posti ne sanno più di noi, se cerchiamo di risignificarli, in realtà sono loro a ridefinirci e a raccontarci chi siamo
— Franco Lacecla, Perdersi, l’uomo senza ambiente

I temi di indagine

Come nei precedenti laboratori, il dialogo con l’amministrazione pubblica e il contributo degli esperti indicati dai partner locali, hanno permesso di individuare gli ambiti geografici più significativi per la ricerca e di definire la traccia tematica a supporto della campagna fotografica.

LE AREE SUI MARGINI

Quello che sta accadendo sui margini è un fenomeno molto recente, di questi ultimi cinquant’anni. Si tratta di quegli spazi di mediazione tra la città consolidata e la campagna, tra centro urbano e infrastrutture, tra territori agricoli e nuove forme di urbanizzazione rurale, e luoghi ove coesistono forme di urbanità e spazi di risulta o edifici dismessi.

Cosa sono questi territori che colmano le aree di confine? Che carattere hanno e come si configurano?

L’INCOMPIUTO

L’incompiuto è invece un fenomeno intrinseco e trasversale a tutte le epoche e diventa elemento distintivo dei luoghi.

Sono incompiute le forme dell’architettura popolare e rurale, che partono incomplete e a cui poi si aggiungevano elementi a seconda delle esigenze e delle disponibilità. Ma lo sono anche i palazzi del centro storico, dove è leggibile il non-finito degli edifici, in muta attesa, monchi di un piano o di porzioni da ultimare in fasi successive ai tempi della costruzione originaria.

Sono incompiute e in attesa di completamento anche quelle costruzioni che oggi occupano i terreni fino a pochi anni fa agricoli, sagome appena abbozzate, di cui si intravedono lo scheletro e le volumetrie. Sono piccoli appezzamenti di terra incolta, delimitati da un cancello.

Ma incompiuta non è solo l’architettura, lo sono anche la forma urbana e gli spazi che la tengono insieme. Le vie di percorrenza, i marciapiedi, gli slarghi, le piccole piazze, gli spartitraffico, elementi che sembrano perdere consistenza e vivere uno stato di apnea, una sospensione che ne indebolisce il valore sociale, simbolico e collettivo.

Lo sguardo fotografico dei partecipanti ha indagato queste contraddizioni cercando di leggerne i caratteri contemporanei e portando una riflessione sulle analogie e le differenze nello sviluppo del territorio, partendo proprio dalle aree di transizione sui margini, e muovendosi a monte e a valle del nucleo consolidato.

I paesaggi esistono perché c’è chi li guarda e gli dà un senso, sono il risultato di una lettura soggettiva […] la fotografia si propone come uno strumento culturale e di conoscenza in grado di guardare il mondo, di valutarne l’ordine, la bellezza e la drammaticità
— Eugenio Turri, Il paesaggio e il silenzio

Lo svolgimento del workshop

Partendo dal coinvolgimento di diverse voci del territorio a supporto di un’osservazione critica e della comprensione delle dinamiche che hanno determinato l’organizzazione spaziale sulle aree di margine, il laboratorio ha cercato di portare nuovi punti di vista e nuovi sguardi capaci di supportare l’elaborazione di visioni e immaginari inediti.

Per fare questo, l’attività fotografica è stata preceduta da una fase di inquadramento storico urbanistico e di introduzione alla dimensione socio-economica del contesto, con un contributo particolare dedicato al ruolo dell’economia rurale ed ai grandi cambiamenti che hanno determinato lo sviluppo del paesaggio agricolo contemporaneo.

Fotografare è per definizione un’azione dal ritmo lento, che dà il tempo di riflettere sulla complessità del sito, tanto più in un territorio come quello Parabitano. Un luogo dalle origini antichissime, con un patrimonio storico, artistico e culturale immersi in un ambiente naturale e geologico di estremo pregio. Percorrerlo a piedi, e guardarlo attraverso la lente della macchina fotografica, ha incoraggiato i partecipanti ad affinare la propria percezione dello spazio e creare così la propria personale visione del contesto.

Lo sguardo di ciascuno è stato poi scomposto e ricomposto in un lavoro collettivo, il cui grande valore è la pluralità di visioni che il racconto racchiude in sé.

Il laboratorio ha inoltre previsto un lavoro di accompagnamento e tutoraggio in tutte le fasi di costruzione del progetto fotografico da parte di due componenti del collettivo Urban Reports e sessioni serali per la revisione e la selezione delle foto seguiti da una discussione con i partecipanti sullo sviluppo del progetto collettivo.

Parallelamente alle attività dei fotografi impegnati sul territorio, il laboratorio ha anche attivato un’iniziativa di coinvolgimento dei cittadini di Parabita cercando di far emergere quello che è il loro immaginario del territorio parabitano. “Nutrire l’immaginario di Parabita” è stata un’iniziativa supportata dai servizi sociali della Città che, insieme all’associazione culturale La Scatina, hanno coinvolto i cittadini nel progetto.

“Avete una foto che rappresenta un momento importante della città e della vostra relazione con essa? Quali tracce e memorie del vostro ‘abitare e vivere la città nel quotidiano‘ possono contribuire a raccontare la città contemporanea?”

Abbiamo chiesto ai parabitani di cercare vecchie foto, polaroid, ma anche cartoline che descrivessero paesaggi urbani o rurali, viste, scorci di edifici, piazze, spazi pubblici, vie, luoghi dell’incontro e dello svago, immagini che potessero rappresentare un frammento della vita parabitana.

L’esito di questo lavoro a più voci, che ha riunito per qualche giorno fotografi, associazioni locali, esperti e professionisti, amministrazione pubblica e cittadini, è stato presentato in occasione dell’evento pubblico di chiusura del Festival WeLand-PhotoFest nel Palazzo Risolo della città di Specchia.

A supporto del racconto fotografico, anche un video, realizzato dallo studio AUT Fotografia Salento che ha seguito Urban Reports ed i fotografi impegnati nel laboratorio durante tutte le fasi, dall’ascolto degli esperti allo svolgimento della campagna fotografica, riuscendo a tratteggiare il senso dell’interdisciplinarietà e della partecipazione collettiva in maniera particolarmente efficace.

Il territorio di Parabita con l’individuazione delle aree scelte per lo svolgimento del laboratorio ed i punti di interesse

Nutrire l’immaginario di Parabita

Immagini raccolte attraverso la call “nutrire l’immaginario di Parabita” promossa dall’amministrazione pubblica e dall’Associazione culturale “la Scatina” per coinvolgere la comunità locale nel racconto del paesaggio contemporaneo di Parabita

Gli “zoccatori” al lavoro nelle cave da cui estraevano la pietra per riparare le strade nel dopoguerra | Foto gentilmente concessa da Comitato Anziani Don Tonino Bello (Parabita)

La celebrazione di un matrimonio tra le pompe di uno dei primi impianti di carburante di Parabita (fine anni ‘50) | Foto gentilmente concessa concessa da Luigi Cataldo

Le masserie nelle campagne appena sopra il centro abitato, attuale Via Nizza (anni ‘75-’80) | Foto gentilmente concessa da Gerardo Stanca

Il racconto fotografico

Il racconto fotografico ha messo in luce un territorio complesso, fatto di contraddizioni e giustapposizioni di elementi che coesistono nello spazio e che illustrano – come in una forma di scrittura – un territorio che è mutato radicalmente, rapidamente e in maniera spontanea, quasi caotica.

Come avevamo anticipato, il racconto è stato arricchito da una serie di immagini portate dai cittadini che hanno aderito al progetto: sono foto che parlano di una città d’altri tempi. Scattate tra la fine degli anni ’40 e la metà degli anni ’70 offrono un immaginario lontano, di luoghi che non sono più come la memoria li ricorda.

Sono gli ‘zoccattori’, i lavoratori delle cave da cui si prelevava la pietra per riparare le strade nel dopoguerra (intorno al ‘47, foto del Comitato Anziani Don Tonino Bello); la campagna appena sopra il vecchio cimitero, una campagna di masserie e uliveti, attuale via Nizza (1975-1980, foto di Gerardo Stanca); la scalinata di accesso alla chiesa Madre, memoria di pomeriggi tra amici appoggiati alla balaustra ad osservare la folla domenicale (anni 1966-1970, Fiorentino Seclì,); o ancora una foto che celebra un matrimonio tra le pompe di uno dei primi impianti di carburante della città (fine anni 50, foto di Luigi Cataldo).

È un immaginario che porta indietro nel tempo che arriva a lambire gli anni 80, quando la città era viva di quotidianità, di celebrazioni, comizi e attività commerciali che si svolgevano in piazza e nelle strade. Un immaginario che sembra rifugiarsi nella memoria di un passato molto lontano che sembra escludere gli ultimi cinquant’anni di storia della città; un paesaggio, quello raccontato in queste immagini, che sembra fermo nel tempo.

Una veranda che sembra racchiudere – anche se involontariamente – tutto quello che può essere l’immaginario di Parabita apre il racconto dell’oggi.

Un’immagine che porta con sé tutti quegli elementi che abbiamo ritrovato nelle campagne e nel centro abitato durante l’esplorazione fotografica: figure religiose, biancaneve, un fontanile, le riproduzioni degli edifici simbolo della città realizzati con la pietra locale, ma anche luminarie fantasiose e immagini votive.

C’è anche un albero da frutta stretto tra due muri. Siamo nel centro della città storica.

Ci ritroviamo all’interno del perimetro della città consolidata e quelle che incontriamo sono anch’esse aree di margine, spazi indefiniti, quasi sospesi nel tempo, che sembrano esclusi, slegati dalla trama urbana circostante. Sono luoghi di frattura in cui emergono i resti di una vecchia cava abbandonata insieme ai frammenti di edifici appena abbozzati e mai terminati. Scopriamo scenografie urbane ricavate nei tagli della roccia e utilizzate come spazi per la sosta.

Superata l’area densa del nucleo compatto, la città contemporanea è anche quella porzione di territorio di recente urbanizzazione in cui la città si protende, fino quasi a toccarle, verso le grandi infrastrutture viarie che contornano la città. Sono quei terreni che gradatamente salgono verso la collina di Sant’Eleuterio, dove la densità del centro abitato si fa più rarefatta e assume forme incerte, approssimative, quasi spaesanti.

Sono degli spazi il cui sviluppo urbano risale alla fine degli anni ’90 per protrarsi fino ad oggi. Sono aree inizialmente, e in parte, destinate all’edilizia residenziale pubblica, poi man mano occupate da nuove lottizzazioni private, rimaste solo abbozzate e mai concluse.

Sono aree i cui marciapiedi bordano terreni abbandonati, o scompaiono sotto la vegetazione incolta. Sono percorsi pedonali in attesa che qualcuno li percorra, sono strade cieche, tracce tra le sterpaglie che portano in nessun luogo, o che si arrestano bruscamente dove incontrano il passaggio della provinciale 334 a est verso la nuova zona P.I.P.

Ci sono cantieri avviati o in procinto di partire, che vanno ad occupare ancora altro suolo delineando il profilo di un paesaggio urbano in divenire e in cerca di identità: tentativi di nuovi servizi, nuove infrastrutture, nuove unità abitative, elementi casuali nello spazio, sparsi nella vegetazione spontanea. È un senso di straniamento quello che si prova. Spazi irrisolti in cerca di completamento.

In contrasto, questa parte della città parla di un desiderio di ricerca estrema della forma, della cura del dettaglio, di una definizione dell’individualità. Sono corrimano, portoncini, finestre, le lavorazioni delle recinzioni, ma anche micro-giardini, aiuole, balconcini, elementi a cui si dedica estrema attenzione, piccoli spazi verdi conquistati e protetti, potremmo dire, spazi di resistenza, in cui l’individuo, e poi la comunità, si riconoscono e si identificano.

Ma Parabita è anche la città degli stabilimenti, della distribuzione e del terziario, volumetrie a supporto dei servizi, forme inconsuete, quasi oniriche, ancora una volta poste su un margine della città consolidata, oltre la linea netta della provinciale 334, verso la collina di Sant’Eleuterio e Collepasso. Aree di transizione tra la dimensione urbana e la campagna.

Parabita è un territorio che è stato agricolo fino agli anni ’80 del secolo scorso e che ha vissuto l’epopea della viticoltura (dal 1971 doc italiana). I filari della vite sono bassi e coltivati al centro della partita - così si chiamavano i fondi - circondati da una corona di uliveti.

La vite è stata poi soppiantata dal tabacco, a sua volta sostituito dalla patata primaticcia, e in ultimo dalla coltivazione delle angurie. Parabita è il crocevia di un polo vivaistico, che ha anche favorito l’introduzione di nuove specie non autoctone - come la palma - che sono diventate parte del paesaggio contemporaneo.

In questi anni recenti, l’essiccamento degli ulivi e l’evoluzione verso nuove forme di agricoltura fotovoltaica hanno contribuito ad un fenomeno, già largamente diffuso, di abbandono del paesaggio agricolo.

Non esistono più gli agricoltori, i manutentori del paesaggio, e svanisce un mondo che si basava sulla cura costante e sapiente del territorio.

Anche la perdita delle strade bianche - che sono oggi per lo più delle piste (ad alta velocità) a supporto di un’urbanizzazione diffusa - ha cambiato il volto della campagna e dato vita a quello che l’agronomo Gianfranco Cataldo ha descritto come ‘il paesaggio della chiusura’.

Frutto della polverizzazione della proprietà fondiaria, la chiusura ha prodotto una forma nuova di vivere la campagna.

Appezzamenti recintati, muri, siepi e delimitazioni dello spazio intorno alle case di campagna, che sono ville, case urbane collocate in campagna che però hanno perso il legame col territorio. Un paesaggio periurbano ormai diventato comune a molta parte del territorio italiano.

Dinamiche che hanno prodotto un territorio che è un insieme complesso di attività, usi, modi di vivere e abitare che si sono modificati nel tempo.

È anche un paesaggio divenuto sempre più artificiale quello di Parabita.

Luogo nevralgico in cui si concentrano le infrastrutture per le telecomunicazioni di tutta la provincia, il racconto fotografico ne mette a fuoco l’imponenza rispetto al contesto che le accoglie: sono antenne altissime che puntano al cielo, sono gli imponenti tagli nella collina per il passaggio delle vie di collegamento provinciale, sono le grandi vasche dell’acquedotto e la linea continua della ferrovia, un segno netto sul fronte occidentale della città.

Parabita è anche area di scavo, di cave per la lavorazione degli inerti o della calce viva. È area di estrazione della pietra con cui si è costruita la città dalle origini alla forma presente. Sono grandi porzioni di territorio, ma solo in parte attive, e per lo più immensi vuoti lasciati in abbandono, che potrebbero tornare a far parte del patrimonio collettivo della comunità.

E in ultimo, Parabita è luogo di storia che preserva le tracce di popolazioni che già in epoca preistorica hanno abitato questi luoghi e ne hanno fatto la loro casa.

Note conclusive

Questo racconto traccia una lettura contemporanea di quella che è oggi la forma della città di Parabita attraverso una messa a fuoco di quelle aree che sono attualmente in fase di trasformazione.

Mettendo in luce questi ambiti, la narrazione li riporta al centro della visione del territorio.

Questo momento di transizione è come una pagina lasciata in sospeso, è “lo spazio per l’ascolto di qualcosa che deve ancora accadere, di qualcosa che sta davanti a noi apparentemente invisibile, ma che è pronto a rivelarsi se osservato nel modo giusto”, diceva Gabriele Basilico parlando del suo modo di guardare le città.

Questo per dire che la fotografia può rivelarsi uno strumento molto utile per osservare con senso critico le relazioni spaziali, per allargare lo sguardo e immaginare oltre la realtà presente, incoraggiando una riflessione sui caratteri identitari dei territori e sui possibili scenari di trasformazione.

La fotografia intesa come strumento culturale per esplorare un contesto e comprenderlo a fondo. Un potente mezzo di comunicazione, che, attraverso la lente della camera, permette di decomporre e ricomporre gli elementi dello spazio per risignificarli e costruire cosi nuovi immaginari e nuove visioni in territori che sono mutevoli. Un medium che permette di attivare il confronto con una grande varietà di attori e professionisti di discipline diverse, ma anche un pubblico più vasto, quali le comunità e le realtà dei territori esplorati.

Questo racconto vuole offrire al territorio parabitano un documento che possa servire a riportare l’attenzione sullo stato attuale del paesaggio, per ripensarne i valori e le vocazioni.

Questo lavoro è stato voluto dal curatore di WeLand PhotoFest, Adriano Nicoletti, ed è stato fortemente supportato dall’amministrazione di Parabita che potrà usarlo nei mesi a venire per presentarlo alla comunità e avviare così una discussione pubblica sul futuro di questi territori.

Gli spazi esplorati nel racconto sono spazi da restituire alla collettività, da riportare al centro della vita del paese, solo così potranno tornare ad essere luoghi di cui la cittadinanza tutta può prendersi cura, luoghi d’incontro, di gioco, di svago - in una parola, di vita.

Con il patrocinio di

Città di Parabita

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